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Il termine “leader” deriva dall’inglese “to lead”, cioè
“guidare”, essere una persona rappresentativa e un soggetto
di riferimento per un determinato gruppo.
Chiaramente questo ha valore solo in ordine ad una mera
accezione tradizionale e semplicistica, in quanto la
definizione di leadership rientra in un concetto molto più
ampio e profondo della vita sociale dell’individuo e
dell’intera collettività.
Quando pensiamo alla figura del leader, la nostra mente la
associa ai contesti dei partiti politici, delle aziende,
delle associazioni ecc…, insomma a tutte quelle istituzioni
sociali che accolgono una grande quantità di soggetti spinti
da un obiettivo comune e che si fanno “guidare”, anzi,
sentono il bisogno di farsi guidare da un individuo con
carisma e forte personalità.
Invero, nella società odierna tutti possono diventare dei
veri leader, contrariamente alla credenza comune che le doti
di saper “guidare” un gruppo siano innate e riservate a
pochi eletti.
Studi recenti hanno posto in evidenza che il “vero” leader è
colui che, con estrema umiltà, non si sente mai arrivato ed
ha sempre la costante necessità di apprendere.
E quando si parla di appendere non ci si riferisce solo allo
studio teorico o all’acquisizione di abilità specifiche.
Apprendere significa innanzitutto avere un costante e
proficuo confronto non solo su determinate competenze del
ruolo, ma avere la capacità di relazionarsi, con spirito
aperto, propositivo e senza imporre le proprie idee a tutti
i costi, con altri soggetti sia interni che esterni al
gruppo.
Nelle arti marziali assistiamo spesso alla mancanza di
queste doti di leadership da parte di molti insegnanti che,
una volta assunto il ruolo di guida del proprio gruppo,
“chiudono le porte” a tutto ciò che sta intorno, vivendo
nella convinzione di avere raggiunto la massima
realizzazione nella conoscenza e nella padronanza di un’arte
marziale e soffocando l’innata predisposizione umana che fa
dell’uomo un essere che vive di esperienze.
Un danno incalcolabile non solo per quei maestri che si
rintanano nelle loro convinzioni ma anche per il gruppo di
allievi che si vedono così negata la possibilità di ampliare
le loro vedute e di entrare in contatto con realtà diverse
con le quali confrontarsi e fare a loro volta esperienza.
Un esempio macroscopico di questa realtà è il fatto che le
arti marziali tradizionali, a parte qualche eccezione (judo
e taekwondo), non sono mai entrate a far parte delle
competizioni olimpiche.
La vera capacità del leader si concretizza, quindi, nel
perseguire nuovi comportamenti ed essere aperto ai
cambiamenti, fattore che alimenta l’entusiasmo del gruppo e
la crescita di tutti i suoi componenti.
Come ci insegna la teoria del noto naturalista Charles
Darwin, “non è il più forte che sopravvive, né il più
intelligente, ma il più aperto al cambiamento”.
Il vero problema in moltissime palestre di arti marziali
risiede proprio nel fatto che molti maestri non sono inclini
al cambiamento, dando l’impressione di difendere e
conservare meglio la purezza e l’efficacia del loro metodo
che considerano migliore rispetto a quello degli altri. In
verità, tale atteggiamento nasconde un forte sentimento di
insicurezza da parte del maestro, il quale teme di essere
sconfessato nel suo metodo da parte dei propri allievi e di
vedere così cadere il ruolo di leader che, con molta fatica,
si è conquistato nel tempo.
Da un punto di vista prettamente “umano” non si può certo
stigmatizzare un tale atteggiamento. In fin dei conti, chi
non avrebbe paura di perdere un ruolo così importante?
Così accade che molti dojo (sono un maestro di karate e mi
perdonino coloro che praticano arti marziali non giapponesi
e chiamano il luogo di studio e pratica della loro
disciplina in modo differente) abbiano al loro interno
praticanti di grande esperienza (terzo, quarto, addirittura
quinto dan) che non hanno la mentalità di poter finalmente
“compiere il passo” per divenire a loro volta leader,
aprendo un loro dojo.
Anche qui, il sentimento di insicurezza la fa da padrone.
Una insicurezza ingenerata dal maestro che, anche se in modo
indiretto, mette in dubbio le possibilità del praticante.
Diviene in pratica come un padre che fa di tutto per tenere
a casa con se i propri figli.
Un atteggiamento che va contro natura ma che non meraviglia
quando parliamo di esseri umani che vivono inconsciamente la
paura di essere scalzati dal loro ruolo sociale.
Il maestro non deve avere paura di perdere la propria
leadership. Anzi, è suo compito “insegnare” ai suoi migliori
allievi a diventare a loro volta dei leader, nella
consapevolezza che questi gli saranno riconoscenti per
sempre non solo per gli insegnamenti tecnici ma anche per
aver ricevuto, con amore e passione, l’incitamento a
crescere, i consigli e i segreti per essere dei veri
“maestri” con spiccate doti di leadership.
Dr. MASSIMO
BLANCO
Sociologo clinico e Socioterapeuta
Spec. Educazione, Sviluppo umano,
Comportamento, Disagio sociale,
Scienze criminologiche e della sicurezza
massimo.blanco@blancoweb.it
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